Roma e la sua Campagna

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Campagna Romana: 
armonia segreta, dalle ombre chiare e azzurre, 
fuse nel vapore che tutto avvolge, 
in una sinfonia di trasparenze lucenti.
Johann Wolfgang Goethe

Parlare di Roma significa oggi parlare di una grande metropoli, una splendida città da visitare e conoscere.
Pochi sanno però che Roma vanta il primato del più esteso comune agricolo d’Europa e che l’ampia area definita “campagna romana” costituiva, e costituisce ancora oggi, una quinta scenografica essenziale per la storia della città.

Quella campagna, magistralmente raccontata dai viaggiatori del Grand Tour, è stata ormai inglobata dai grandi capannoni industriali e da case e palazzi che poco a poco si sono affastellati verso la campagna. Le antiche vie consolari, un tempo attraversate solo da qualche viandante o pellegrino sono diventate larghe come autostrade e sempre più caotiche. Casali e tenute sono stati troppo spesso distrutti insieme al prezioso e irriproducibile patrimonio ambientale dell’agro romano. Le antiche pratiche agricole sono andate perdute.
Tratti di campagna romana sono tuttavia ancora visibili: casali e manufatti talvolta ristrutturati, lunghi scheletri solitari di antichi acquedotti, rovine di ville e templi a dare il senso dell’antico splendore, grandi querce, un tempo ricovero per le greggi dal sole cocente, restano oggi monumenti di severa bellezza che punteggiano il panorama e disegnano il verde dell’agro romano.
Un territorio dunque “fuori le mura” della città che, il turista, ma anche il cittadino romano, non può esimersi dal visitare per conoscerne l’enorme ricchezza di storia, cultura e tradizione.

 

La storia dell’Agro Romano
La campagna romana, un’immensa piana solcata dai fiumi Tevere ed Aniene, che declina verso la costa, si estendeva già in età preromana a vista d’occhio oltre i colli che avrebbero di lì a poco accolto la città eterna; era questo il periodo in cui gli Etruschi impararono a coltivare la terra con sistemi d’avanguardia e, soprattutto a utilizzare regolari sistemi di irrigazione. 

Il momento di vera produzione agricola ebbe inizio, però, con l’espandersi della potenza romana, quando tutto l’ager romanus cominciò ad essere coltivato ed in special modo la valle del Tevere, adibita alla coltivazione dei cereali, oltre che della vite e dell’olio e disseminata di un gran numero di aziende la cui gestione era affidata ad un villicus che risiedeva nel podere stesso. Le altre aree erano invece dedicate alla pastorizia.
Ai romani si devono grandi lavori di bonifica e di irrigazione, la costruzione di acquedotti i cui ruderi, insieme a ciò che resta delle strade e delle fognature, costellano ancora oggi le distese di aree verdi. Alla floridezza agricola si accompagnò il diffondersi di un gran numero di villae che andarono a punteggiare la campagna nei dintorni di Roma. 

La fine dell’impero romano, le conseguenti incursioni saracene e il diffondersi della malaria segnò l’abbandono della campagna: l’impoverimento dei centri abitati, lo spopolamento di villae e delle fattorie di campagna e l’abbandono delle pratiche agricole e gettarono il paesaggio nella desolazione più assoluta.
La campagna ricca e fiorente che circondava l’Urbe, divenne una landa incolta ed inospitale, con vaste aree paludose.

Fu la Chiesa, intorno all’VIII secolo a dar inizio alla riorganizzazione del territorio, specie con la creazione delle domuscultae, una sorta di complessi fondiari, il cui compito era quello di sfruttare il suolo in genere per ottenere l’autosufficienza dei coloni. Le terre di proprietà ecclesiastica vennero, assegnate dal Papa alle famiglie romane che, spesso imparentate con il clero, ricevevano i terreni mediante l’istituto dell’enfiteusi, corrispondendo cioè un canone annuo alla chiesa e impegnandosi ad effettuare un miglioramento dei possedimenti. 

Questa politica ancora feudale rimase per secoli alla base dell’economia della campagna romana, consentendo l’estendersi di grandi tenute e casali fortificati, la rioccupazione di quei terreni lasciati in abbandono per anni e la ricostituzione di un tessuto economico e sociale. Fu allora che la campagna romana cominciò a costellarsi di castelli e rocche, posti lungo le principali arterie stradali, sotto il controllo diretto delle potenti famiglie baronali, spesso divise da cruenti conflitti. 

Le tenute (spesso dei veri e propri latifondi) venivano affidate dai signori al mercante di campagna che, con la famiglia, abitava nei grandi casali, che definiti monumenti minori rappresentano oggi un patrimonio storico-culturale della storia dell’agro romano. Nella maggior parte dei casi erano costruzioni squadrate, a due piani con la scala esterna e tetto spiovente; al pian terreno si trovava la stalla, la cantina, la cucina e la stanza degli attrezzi; al piano superiore le camere e il granaio (ubicato in alto perché luogo più sicuro e areato); non mancava mai una torre e spesso incorporavano una chiesa.
La popolazione rurale abitava nei casali minori, ma la maggior parte, legata solo ai lavori stagionali (braccianti e avventizi) era costretta ad alloggiare in capanne di paglia e legno o in grotte scavate nel tufo e viveva tutte le difficoltà legate al duro lavoro e alle condizioni sanitarie pessime.
L’integrazione fra attività agricole e pastorali rappresentava la nota caratterizzante dell’economia di casali. La Masseria ospitava l’allevamento ovino e gli spazi per la lavorazione del formaggio. Se il buttero aveva l’incarico di portare a Roma i formaggi, gli abbacchi e le pelli, era il vergaro la figura più importante, cui spettava l’incarico di girare la tenuta a cavallo di una robusta mula ed ispezionare il procedere dei lavori. Alle dipendenze del vergaro erano poi i pecorai con il compito di occuparsi delle greggi. Se in inverno si accampavano intorno ai borghi e le tenute, d’estate si dedicavano alla difficile pratica della transumanza, ossia il trasferimento delle greggi in montagna in cerca di erbe e per sfuggire alla calura estiva. Il guadagno dei pecorai era derivato dalla vendita della lana, delle carni degli agnelli (a Roma, presso il Campo Vaccino si effettuava la vendita degli agnelli da latte, che come abbacchi erano, e sono tuttora, molto ricercati nella cucina romanesca) e soprattutto dei prodotti caseari derivati: primi fra tutti il pecorino romano e la ricotta. 

Il Procoio, invece, era la grande azienda per l’allevamento di bovini ed equini, con un sistema di edifici rurali comprendenti l’abitazione del proprietario, gli stanzoni dei lavoratori, le stalle per le vacche e i cavalli, i ricoveri per i carri e gli attrezzi da lavoro, nonché le rimesse e i recinti all’aperto. Anche qui, attorno al massaro, responsabile dell’intera struttura, ruotava una pletora di personaggi che si occupavano della merca dei bovini (in genere nel mese di maggio), la mungitura, la preparazione e la vendita del burro, la doma e la cura dei cavalli.
 L’azienda del campo, infine, era dedita più alle coltivazioni organizzate, in particolare al seminativo di frumento, avena, fieno e biade. Gestita dal fattore, era in realtà portata avanti da braccianti agricoli e piccoli contadini, spesso assoldati stagionalmente, ad esempio per la mietitura. I più numerosi erano i bifolchi e, soprattutto i guitti, lavoratori stagionali provenienti spesso dai paesi vicini che trasferitisi nella tenuta, lavoravano circa otto ore al giorno e vivevano in anguste casupole di legno attorno alla tenuta, con tutta la famiglia che contribuiva al lavoro dei campi. I più piccoli, chiamati secondo il gergo dell’epoca i monelli si occupavano, ad esempio, della mondanella. 

Dal Seicento e fino alla fine dell’800, molti problemi continuarono ad affliggere l’agro romano: oltre alla malaria e la povertà si andò costituendo il fenomeno del brigantaggio, un movimento nato come espressione di protesta sociale generata dalla miseria e dall’incapacità del governo papale di controllare il territorio. Erano generalmente le classi più povere ad alimentare il banditismo: pastori, contadini privi di un’occupazione e anche numerosi preti di campagna portavoce del malcontento dei poveri. Nacquero così leggendarie storie dei galantuomini della macchia, come Marco Sciarra soprannominato il re della campagna, che vestiti con cappelli a cono alto ornato di piume e di nastri multicolori, le caratteristiche ciocie ai piedi e i capelli lunghi con zazzere vicino le orecchie, alimentarono per secoli la fantasia di scrittori e poeti. 

Fino all’Ottocento comunque il pascolo e l’allevamento mantennero il predominio sulle aree coltivate. Seppur meno redditizio della pastorizia, almeno un quarto dell’agro romano era comunque coltivato. Vigneti e oliveti restavano limitati alle porte della città o comunque intorno alle strade consolari più frequentate.
La produzione di vino “romanesco” riusciva comunque a soddisfare tutto il mercato cittadino e un bicchiere di vino non mancava mai sulle tavole dei romani. La coltivazione dell’olivo, invece. Più attiva della viticoltura e dell’olivicoltura era la produzione del grano (il cereale più importante), del granoturco e dell’ avena. Un discorso a parte va fatto poi per gli ortaggi ed i legumi: tutto l’agro era un proliferare di orti, in cui si producevano carciofi, broccoli, pomodori, cardi, sedani e ancora fave e lupini, veccie, cicerchie, piselli e lenticchie. Ogni prodotto, da solo o in compagnia di altri, era protagonista di rustiche zuppe che fornivano l’apporto calorico necessario ai lavori della terra. Come in tutte le società preindustriali poi, anche le risorse del bosco assumevano grande importanza nell’economia della comunità, la raccolta della legna, anzitutto come combustibile e materiale da costruzione, ma anche la raccolta di frutti di bosco, lumache se era stagione ed erbe selvatiche (ramolacci e cicoria), ancora oggi ingredienti basilari della sapida cucina romanesca, dal profumo di erbe selvagge e di facile preparazione. 

A fine Ottocento ci fu una vera e propria crisi agraria causata dal malcontento dei braccianti, esasperati dalle condizioni igieniche, da una crisi economica dovuta alla graduale liquidazione degli usi civici (quali i diritti di pascolo, semina e legnatico) nonché dell’aumento dei prezzi dei terreni destinati a pascolo, voluto dai grandi proprietari per far fronte al calo del prezzo dei cereali.
All’inizio del Novecento questo movimento contadino, trasformandosi in una vera e propria pressione sociale sulle terre, portò ad un significativo cambiamento delle politiche agricole che diede avvio all’eliminazione del latifondo: molti terreni vennero frazionati e venduti in lotti dagli stessi proprietari; altri furono assegnati in enfiteusi pluriennale o a rotazione alle famiglie operanti nel settore agricolo. Questa nuova parcellizzazione determinò un vero e proprio sviluppo demografico delle comunità rurali che spontaneamente cominciarono a far sorgere piccole aziende agricole dedite, oltre che alla produzione orticola, anche alla viticoltura e olivicoltura, agevolate peraltro da una sempre maggiore meccanizzazione dell’agricoltura e a nuovi fiorenti rapporti con le industrie di trasformazione. Frattanto un impulso al risanamento fu dato dagli investimenti sull’illuminazione dei villaggi, l’apertura di scuole, di uffici postali, nella costruzione di strade comunali e consorziali e soprattutto di nuove e più periferiche tratte ferroviarie in grado di rompere l’isolamento e avvicinare la campagna alla città. 

Con la nascita di un mercato unico europeo ed il sempre più pressante processo di globalizzazione, in generale si può dire che oggi è sorto il non facile problema di convincere il coltivatore diretto dell’agro romano (e di tutta Italia) a rinunciare a coltivare alcuni terreni e a convertire le produzioni verso prodotti sempre più specializzati per ridurre i costi di produzione e reggere la competitività sui mercati mondiali e, non da ultimo, per andare verso una ecocompatibilità delle imprese.

Tuttavia si può anche affermare che il cambiamento dell’agro romano è stato soprattutto un altro: il boom economico e la conseguente espansione demografica. Dopo il travaglio della seconda guerra mondiale e la ricostruzione fisica e democratica, l’Italia iniziò una vera e propria crescita industriale e manifatturiera e vide avanzare un processo di inurbamento di tutta la popolazione delle campagne., che le politiche del regime fascista avevano cercato di trattenere nelle campagne.  Dalla fine della guerra, nell’arco di un ventennio, il boom economico della capitale,  non industriale ma nel settore terziario e soprattutto nei servizi culturali, ha offerto prospettive di lavoro che hanno portato ad una espansione edilizia spesso incontrollata. La grande periferia di Roma si è espansa via via oltre le mura, occupando il suburbio fino a raggiungere e fagocitare le antiche tenute dell’agro romano. I borghi rurali si sono trasformati in vere e proprie borgate e complessi residenziali, spesso con la funzione di dormitorio per i pendolari che ogni giorno si recano in città, con pendolarismo inverso rispetto a quello dei guitti o dei bifolchi.